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Fundraising no profit sociale

Di Rassegna Stampa Domenica 29 Gennaio 2017 alle 11:15 | 0 commenti

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Raccolta fondi, il digitale emoziona e invita all'azione. Realtà virtuale, chat bot e social rendono più efficaci le campagne delle ong, che affinano le tecniche e la narrazione
La realtà virtuale ha illimitate potenzialità nel gioco e nell'entertainment ma è anche un modo potente per guidare importanti cambiamenti sociali. Parola di Oculus Vr, la società di Facebook, che ci ha scommesso nel settore un milione di dollari e ha portato questa settimana al Sundance Film Festival otto video nati dalla collaborazione tra organizzazioni non profit, registi ed esperti di realtà virtuale. Consapevole che lì è la frontiera dell'emozione e del coinvolgimento. Le maggiori ong si stanno muovendo in questa direzione per comprendere come la tecnologia possa sostenere la raccolta fondi (fundraising). Tra qualche mese Medici senza frontiere ripeterà #Milionidipassi, la campagna che ha portato nelle piazze italiane il racconto dei lunghi viaggi di chi scappa dai luoghi di guerra.

Tramite visori che permettono di vivere un'esperienza virtuale a 360 gradi, lo spettatore si trova immerso nelle drammatiche condizioni di chi è costretto a fuggire: si trova sulle fatiscenti imbarcazioni che solcano il Mediterraneo, oppure in fuga dalle baracche del Sud Sudan. Storie che conosciamo attraverso i media «ma attraverso l'esperienza personale si percepisce davvero cosa significhino questi viaggi. L'intento della campagna è restituire un volto umano a queste storie, mettersi nelle scarpe degli altri. L'effetto è stato molto forte, le persone si sfilavano il visore con una coscienza diversa» spiega Annalaura Anselmi, responsabile della raccolta fondi per la sezione italiana della organizzazione umanitaria attiva in quasi 70 paesi. Durante #Milionidipassi sono state raccolte firme (35.500 in meno di sei mesi) a sostegno dei migranti. Sensibilizzando le persone al tema hanno accresciuto la community (oltre 1 milione di fan su Facebook e 238mila follower su Twitter). «Abbiamo avuto poi riscontri positivi nelle scorse settimane con la rotta sui Balcani - aggiunge Anselmi- con supporter che ci hanno chiesto di fare di più e attivare raccolte online a favore di chi sta attraverso la Serbia e la Grecia».
Oltre agli sms solidali - che abbinano la facilità di donazione a uno scarso coinvolgimento - le organizzazioni si muovono anche su altri terreni. Unicef, che ha introdotto da qualche tempo anche in Italia i visori in uso ai dialogatori in strada, punta decisamente sui social. «Il tema è come avvicinare i millennials alle nostre attività, abbassando così l'età media dei donatori - spiega Francesco Ambrogetti, direttore marketing e fundraising di Unicef Italia - Per esempio l'estate scorsa Fedez è venuto con noi a incontrare i bambini siriani in Libano e ha raccontato tutto in diretta su Instagram e Snapchat. Abbiamo avuto un ottimo riscontro in termini di traffico. Ma non è scontato che tutto questo si tramuti in impegno e donazioni». Insomma, resta la difficoltà a convincere i donatori - soprattutto giovani, con tanti stimoli e attivi su più social - a sposare una causa, magari con un engagement di lungo periodo.
Dal campo profughi irakeno di Harsham sta emergendo uno stimolo che fa leva sulla vicinanza. Nel giugno scorso un piccolo edificio per il pompaggio delle acque è diventato la porta d'ingresso alla presidenza degli Stati Uniti. Portal, tecnologia audio e video di realtà immersiva (Shared Studios) ha collegato in pochi istanti il giovane imprenditore Ali Ismail con l'ex presidente Obama in Silicon Valley per il Ges. I due, a figura intera, hanno parlato come se fossero nella stessa stanza. «Questi collegamenti diretti dal campo possono essere efficaci sia per eventi specifici su alcune tematiche umanitarie sia per avvicinare ai progetti i sostenitori, le aziende che donano, tutti gli stakeholder, creando partecipazione ed engagement. Ci stiamo ragionando anche per l'Italia» spiega Paolo Ferrara, responsabile fundraising di Terre des Hommes, la ong che, nel campo di Erbil, offre assistenza psico-sociale a 600 minori e che, insieme a Unicef, ha reso possibile l'evento.
Le diverse tecnologie di realtà virtuale e di esperienze immersive rompono l'apatia a cui i perduranti conflitti e catastrofi naturali ci hanno abituati e invitano le persone a fare qualcosa, che sia una firma, una giornata di volontariato o una donazione. L'hanno capito bene i fondatori di Ryot, nata per documentare ma anche invitare all'azione. Ad Haiti David Darg e Bryan Mooser si erano resi conto di quanto i media tradizionali fossero passivi rispetto ai fatti e disattenti al lavoro sul campo delle ong. Così ci hanno pensato loro, operatori umanitarie e video reporter, a fondare una media company che fa giornalismo e allo stesso tempo advocacy e raccolta fondi. In questi anni sono andati con Greenpeace nell'Artico per raccontare i rischi del cambiamento climatico e dell'industria petrolifera, nei campi dei rifugiati per denunciare le loro condizioni di vita («Clouds over Sidra» girato per le Nazioni Unite e presentato al World Economic Forum ha raccolto 3,8 milioni di dollari per Unicef) e in Nepal per documentare la post-ricostruzione. Realizzati con video 360 e una narrazione in presa diretta, i video hanno ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui una nomination agli Oscar. Non solo. Ryot è stata comprata da Aol che ne ha fatto l'anno scorso una sezione dell'Huffington Post, arricchendo così la più innovativa media company americana. E seguita tre mesi fa dal New York Times che ha lanciato un'offerta video 360 curata dai suoi giornalisti. Segno che l'intuizione dei ragazzi di Ryot - l'utilizzo di queste nuove tecnologie per raccontare le cause sociali - ha colto un più generale bisogno, condiviso col giornalismo tradizionale, di portare le persone dentro i fatti e con angolature non scontate.
In realtà il fundraising appare sempre più intrecciato all'identità delle ong, che cercano strade più efficaci di agire. Terre des Hommes, per esempio, si sta muovendo nel social hacking. Rilanciando il progetto Sweetie che ha consentito di contattare migliaia di adescatori sessuali sul web. Un avatar di una bambina filippina di 10 anni ha smascherato mille predatori "online". La nuova versione di Sweetie, messa a punto da TdH Olanda, si basa su chat bot, software di conversazione automatica, che consentirà di monitorare, tracciare, identificare e fungere da deterrente per milioni di predatori sessuali su minori. Al progetto internazionale parteciperà anche l'Italia.

di Alessia Maccaferri, da Il Sole 24 Ore


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