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Soci BPVi bocciano azione di responsabilità contro Zonin, Il Fatto: ma Bankitalia dov'era?

Di Gianfri Bogart Domenica 27 Marzo 2016 alle 11:35 | 0 commenti

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"I verbali - i controlli a vuoto e la gestione dissennata. Popolare di Vicenza, l'ultima beffa e il lungo sonno della Vigilanza. I soci bocciano l'azione di responsabilità contro Zonin. Ma Banca d'Italia ha dormito per 15 anni", così titola oggi Il Fatto Quotidiano l'articolo di Carlo Foggia a commento dell'assemblea del 26 marzo di cui abbiamo puntualmente riferito ieri in tempo reale e sulla quale riportiamo oggi alcune cronache fatte dai quotidiani nazionali, quelli che da tempo scrivono con chiarezza quello che a Vicenza non si è voluto scrivere ma, evidentemente, non piaceva leggere se chi scrive da "amico" ora osanna al nuovo, comuqnue, come fece col vecchio, in ogni caso.

Un disastro lungo 15 anni, con beffa finale. Ieri l'assemblea dei soci della Popolare di Vicenza ha bocciato la proposta di promuovere un'azione di responsabilità contro i vecchi amministratori: in sostanza gli uomini vicini alla ventennale disastrata gestione del padre-padrone Gianni Zonin, ora indagato per gravi reati finanziari. Nel frattempo una pioggia di buonuscite e "una tantum all'ingresso" è arrivata per vecchi e nuovi vertici. Prima del voto il presidente Stefano Dolcetta aveva chiesto di rimandare tutto alla prossima assemblea. Motivo? "La banca sta attraversando un momento estremamente delicato, e deve poter raccogliere sul mercato una gran quantità di capitale".

Detto, fatto. Pop Vicenza ha chiuso il bilancio 2015 (approvato ieri senza più il vecchio voto capitario) con una perdita di 1,4 miliardi e una fuga dai depositi di 8,5 miliardi. Entro fine mese dovrà quotarsi in Borsa con un aumento di capitale da 1,7 miliardi. Unicredit ha preso l'impegno di sottoscrivere le azioni lasciate "inoptate" dai soci ma - come rivelato dal Fatto - se non ci saranno le condizioni di mercato e le adesioni dovessero essere troppo basse, l'operazione slitterà (idem per Intesa con Veneto Banca). Ieri l'ad Francesco Iorio lo ha di fatto confermato: "Credo che Unicredit tenga fede a quello che in qualche modo è stato concordato, sappiamo tutti che le condizioni di mercato sono sfavorevoli. Bisogna mettere l'elmetto e cercare di convincere il più possibile gli investitori". E speriamo che "i soci sottoscrivano l'intero 45% a loro riservato".

Difficile visto quanto accaduto. Con Zonin venivano spinti ad acquistare azioni in cambio di prestiti (1 miliardo di euro). Il valore dei titoli, grazie a perizie gonfiate è restato a lungo a 62,5 euro, poi ad aprile scorso è stato portato a 48. Ora siamo a 6,3 euro (5 miliardi di valore bruciati) e il prezzo è destinato a scendere ancora.

CHI CI METTE I SOLDI?

L'ad: "Credo Unicredit tenga fede a quel che in qualche modo è stato concordato..."
Come si è arrivati sin qui? Vicenza è un nervo scoperto di Bankitalia: rapporti personali, vigilanza morbida, ruolo dell'istituto nel risiko bancario sponsorizzato da via Nazionale. A ottobre, Palazzo Koch ha ammesso che era al corrente del giochetto di gonfiare il prezzo delle azioni fin dal 2001. Ma a leggere le carte si rimane sconcertati. Tutto è scritto nelle 58 pagine di verbale di un'ispezione durata dal 27 febbraio al 5 luglio 2001.

Sono passati 5 anni dall'assemblea del 1996 che ribalta gli assetti e porta al vertice Zonin, e i sei ispettori mettono a verbale che "le modalità di determinazione annuale da parte del cda del prezzo, fissato in 44 euro, non sono ispirate a criteri di oggettività ma esprimono il risultato di un compromesso di valutazioni di singoli consiglieri discoste dai conteggi della direzione amministrativa". Tradotto: ci si mette d'accordo e tanto basta.

L'ISPEZIONE DEL 2001

Prezzo delle azioni gonfiato e decine di anomalie. Mentre in migliaia compravano
Perché lo fanno? Il motivo è a pagina 27: "L'aumento dei soci (18 mila negli ultimi 3 anni) ha comportato la necessità, anche per gestirne il consenso, di garantire adeguata remunerazione, sia sotto il profilo della distribuzione degli utili sia con la crescita del valore delle azioni. Tale politica ha conseguito lo scopo desiderato, tenuto conto dell'elevato numero di richieste in sospeso (pari a 470 miliardi di lire) (...) il titolo è trattato a 49 euro, a un multiplo di 1,66 sul valore del patrimonio (di norma non dovrebbe superare l'1,22, ndr)". C'è di più: è dal 1998 - certificano gli ispettori - che le scelte del cda sul prezzo includono anche "la plus/minus valenza realizzabile in caso di vendita dell'azienda" (previsto da un decreto legislativo del '97). Bankitalia ha spiegato a ottobre che non aveva potere di decidere il prezzo, ma chiese criteri più obiettivi e sanzionò i vertici, inviando l'ispezione alla Procura. Nulla è cambiato ma da allora ha autorizzato aumenti di capitale per oltre 800 milioni (nel 2005 a 51 euro per azione e nel 2014 a 62,5 euro). Decine di migliaia di risparmiatori hanno perso tutto.

Gonfiare le azioni serviva a finanziare la rapida espansione voluta da Zonin, che puntava a "150 mila soci" (s'è fermato a 118 mila). Nel verbale viene diagnosticato il cancro che poi ha portato alle metastasi attuali, a partire dalla campagna acquisti (nel Nord-Est, ma anche Banca Nuova, Banca del Popolo, 46 sportelli di Intesa etc): "L'espansione per linee esterne non risponde a un progetto unitario, con criticità sotto il profilo della redditività, atteso che diverse iniziative non stanno dando i frutti sperati". Gli investimenti, infatti, "hanno assorbito i mezzi propri" e compresso i margini di ricavo. Il "modello verticistico" - si legge - ha spinto il cda "ad acritiche approvazioni", anche su decisioni fondamentali (vertici, assetto organizzativo etc.)". Il risultato? "Incoerenza nella macrostruttura"; "disarmonica ripartizione di competenze al vertice e deboli collegamenti tra le principali aree"; "sostanziale mancanza di presidi e strumenti nel risk management, di coordinamento strategico-operativo e di controllo gestionale". Poi la botta: questo "unito alla sostanziale assenza di controlli di linea, alla mancanza di presidi di separatezza e ai maggiori carichi di lavoro dovuti all'integrazione di rami d'azienda e sportelli acquisiti incidono sul complessivo livello di affidabilità del processo contabile".

Tante le anomalie: guerra per bande in assemblea, dg cambiati a ogni soffio di vento, esposti in Procura, grandi dimensioni ma pecche da "azienda locale". Di più: sofferenze e previsioni di perdite sottostimate per miliardi di lire nelle comunicazioni alla Vigilanza. Il tutto mentre il collegio sindacale non ha svolto controlli adeguati, anche "sull'operatività in derivati". Criticità anche nel credito: c'è "incapacità di porsi come controparte dialettica con la clientela e la tendenza a sostenere talune iniziative soltanto per la riconducibilità a soci e depositanti favorevolmente riconosciuti".

La banca, poi, aveva venduto ai propri clienti obbligazioni il cui rendimento era fissato da una società terza che poteva modificarlo ed era la stessa che copriva la banca sui titoli: "Un potenziale conflitto d'interessi non rappresentato ai sottoscrittori". La lista è lunga. Da allora sono passati 15 anni, a Bankitalia si sono alternati tre governatori, e Pop Vicenza sta come sta. La Vigilanza si difende spiegando di aver fatto quel che la legge le consentiva.


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