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La commissione d’inchiesta sulle banche nata morta: l'opinione in esclusiva di Giovanni Schiavon, già vicepresidente di Veneto Banca ed ex presidente del tribunale di Treviso

Di Redazione VicenzaPiù Martedi 17 Ottobre 2017 alle 00:02 | 0 commenti

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Esclusiva. L'opinione di Giovanni Schiavon già vicepresidente di Veneto Banca ed ex presidente del Tribunale di Treviso

Ai tanti disgraziati cittadini che hanno improvvisamente perduto tutti i loro risparmi, incautamente investiti in azioni delle banche popolari, restava almeno l’illusione di poter contare sull’opera chiarificatrice della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, da molti considerata come un insostituibile strumento di indagine per dipanare le tante ombre legate ai dissesti bancari. “Come mai” –  si chiedevano i suddetti disgraziati cittadini – “il sistema bancario italiano è improvvisamente entrato in profonda crisi, dopo anni di (apparente) redditizie gestioni?".

"E perché - continuavano a chiedersi quei cittadini disgraziati -, dopo 130 di vigenza del modello delle banche popolari, il governo ha avvertito l’esigenza di una riforma con tanta urgenza da indurlo a ricorrere ad un decreto legge a (trasformato con voto di fiducia al Senato) ed entrato in vigore senza un minimo di gradualità? E perché mai, in precedenza, lo stesso governo si era affannato a rassicurare i risparmiatori sulla solidità di quel sistema e sull’assenza di rischi? Come mai il governo è intervenuto con una tale urgenza, nonostante gli stress test europei del novembre 2015 avessero confermato la solida capacità patrimoniale di tutte le banche (eccetto tre, che avevano registrato pregressi, ma specifici, problemi)? A cosa erano serviti gli stress test? Perché mai, molto incautamente, il capo del governo aveva fornito ampie assicurazioni sull’avvenuto salvataggio di MPS ed aveva addirittura invitato gli investitori a farsi avanti, salvo poi essere immediatamente smentito dai fatti? E in quale misura le vicende di MPS hanno influito sulla politica bancaria del governo? Quali erano i profili di responsabilità di Banca d’Italia che - già molto carente nell’opera di vigilanza - aveva imposto (rectius 'caldamente suggerito') aggregazioni bancarie assai improbabili e portatrici di ulteriori problemi (tra cui quello di TERCAS nella Banca Popolare di Bari e quelle, per fortuna non attuate, di Etruria e di Veneto Banca in Banca Popolare di Vicenza)?”.

Queste e tante altri erano le domande che i cittadini avrebbero voluto porre alla Politica e, per essa, alla Commissione parlamentare di inchiesta, avendo percepito che l’anomalo accanimento, anche mediatico, verso amministratori e sindaci delle banche in crisi avrebbe finito per coprire le gravi corresponsabilità di altri soggetti nella causazione del disastro.  

Dunque, forti erano le aspettative dei poveri cittadini, che avrebbero voluto (almeno) un po’ di chiarezza sulle vere ragioni della perdita dei loro sudati risparmi. Essi non si volevano accontentare delle ipocrite spiegazioni (forgiate con la logica del “superior stabat lupus, inferior agnus”) secondo cui le responsabilità di tutto avrebbero dovuto essere attribuite ai soli amministratori e sindaci, giusto per alimentare pletorici ed inutili contenziosi, avviati (spesso su suggerimento di improvvisate associazioni di risparmiatori) per cercare una qualche disperata riparazione risarcitoria. E, in questa prospettiva, uno sforzo di chiarezza era sicuramente dovuto.

D’altra parte, chi contava sul ruolo di supplenza della magistratura sarebbe rimasto inevitabilmente deluso per l’evidente ragione che essa non ha la funzione di censurare le politiche economiche, non può intervenire su quei provvedimenti messi in atto dai pubblici poteri (governo, BCE ecc.) destinati a modificare o a sostenere l’andamento del sistema economico; essa ha la sola funzione di perseguire i reati e di intervenire per la punizioni di specifici fatti illeciti. Le indagini sulle decisioni strategiche delle banche non sono consentite in sede giurisdizionale; a meno che esse stesse non abbiano il connotato dell’antigiuridicità.

Pertanto, gli insistenti inviti ad intervenire, rivolti dalla Politica ai giudici, per fare chiarezza, sono privi di senso, spettando a questa solo il compito di dare la dovuta risposta ai risparmiatori. La magistratura non può indagare per fare “chiarezza” o per far emergere le patologie di un sistema; lo può fare solo per condannare o per assolvere singole persone sulla base di specifici capi di imputazione.

Ora come ora, tutti brancolano nel buio, anche se nessuno è disposto a rassegnarsi all’idea di aver perso tutti i propri risparmi senza, almeno, capirne il perché.

Ma le speranze di ottenere chiarezza dal lavoro della Commissione Parlamentare di inchiesta sono, ormai, totalmente azzerate, com’era prevedibile già dal rilievo che, nel nostro Paese, mai una Commissione (monocamerale o bicamerale) è venuta a capo di un problema su materie di pubblico interesse (secondo le previsioni dell’art. 82 Cost.).

Ci sia, intanto, consentita un’osservazione pratica: se un tale organismo deve essere formato in modo da rispecchiare la proporzione dei veri gruppi parlamentari (art. 82 Cost.), è  davvero pensabile che i membri espressi dai partiti di governo possano non difendere la recente legge n. 33/2015 sulla riforma delle banche popolari,  e non negare  che la  mancanza di un minimo di gradualità per la sua entrata in vigore (dopo 130 anni di vigenza del sistema riformato) abbia, quantomeno e  in qualche modo, inciso sul sistema? Eppure, non sarebbe certo irragionevole avanzare, in proposito, qualche dubbio, come hanno spiegato tanti autorevoli economisti.

E neppure manca il sospetto che una commissione bicamerale, indebolita dalla sua stessa incerta genesi e dalle polemiche che l’hanno accompagnata, non avrebbe la forza di avventurarsi, più di tanto, in un mondo tradizionalmente opaco e insidioso, accontentandosi di verifiche di facciata e di agevole presa mediatica, giusto per dare un qualche senso al suo ruolo. Così come sarebbe stato interessante capire la propensione della Commissione a riconoscere che BCE – che di quella legge è stata la mandante – ha sostanzialmente “commissariato” il sistema bancario italiano, imponendogli poi continue e sfiancanti manovre sul capitale, con un rigore eccessivo.

Si sono persi mesi per le nomine dei 40 parlamentari commissari (20 senatori e 20 deputati) e si è poi svolta un’imprevista (e sospetta) lotta per individuare, tra mille polemiche, il presidente. Ed è stato eletto Pier Ferdinando Casini, espressione della vecchia politica, che, fino a pochi mesi prima, aveva dichiarato la sua contrarietà alla decisione di ricorrere ad una commissione parlamentare di inchiesta, il più delle volte utilizzata “solo per interessi dei singoli o per affrontare in modo puramente scenografico quello che il legislatore avrebbe dovuto risolvere con gli strumenti normativi a disposizione”; “lasciamo le inchieste alla magistratura”, aveva detto molto impropriamente il sen. Casini.

E c’è anche il sospetto che il prioritario intento di molti commissari possa essere quello di mettere a fuoco soprattutto la vicenda Boschi-Ghizzoni, a proposito di Banca Etruria e del ruolo avuto dal padre della sottosegretaria; spostare il focus dell’inchiesta verso argomenti prettamente politici sarebbe utile solo per la campagna elettorale di febbraio, ma non certo per i risparmiatori.

Tutto ciò contribuisce a far pensare che, nello stesso momento in cui si è costituita la commissione parlamentare di inchiesta (con la legge n. 107/2017), ci fosse già la consapevolezza della sua concreta inutilità. Essa non potrà superare l’anno di durata e, comunque, non potrà andare oltre a quella della Legislatura (che scadrà a febbraio). Ed è, perciò, ovvio che, dovendo occuparsi di temi assai complessi e vasti, che imporrebbero la lettura di migliaia di documenti e l’audizione di centinaia di testimoni, tale organismo è nato morto e neppure sarà in grado di presentare una relazione semestrale.

Quindi, le migliaia di risparmiatori gabbati saranno ancora indotti a credere che la causa dei dissesti bancari siano state solo le presunte malefatte degli amministratori e dei sindaci, non avendo mai alcun concreto motivo di credere all’esistenza di gravi corresponsabilità di altri soggetti che, in varia misura, sono stati i reali protagonisti del sistema bancario italiano.

Si capirà, allora, meglio che la vera funzione della Commissione era quella di dare ai cittadini l’illusione di una loro difesa da parte dello Stato; essa non caverà un ragno dal buco perché, pur se lo volesse, non ne avrebbe neppure il tempo e la possibilità; i risparmiatori, a questo punto, non disporranno di nessun elemento (a parte la loro personale intelligenza) per dubitare che i dissesti siano stati davvero il frutto delle solo allegre gestioni dei personaggi che si sono alternati al vertice delle gestione delle banche, come si è sempre voluto far loro credere! E così, un po’ alla volta, tutto tornerà alla normalità e tutti continueranno a negare l’esistenza stessa dei c.d. poteri forti. Ai poveri risparmiatori non resterà che ricominciare a risparmiare ed a prendersela ancora con la vicenda dell’aereo, o dei quadri, con i presunti sperperi, con gli alti stipendi dei manager, con i prestiti fuori misura rispetto alle garanzie…

Giovanni Schiavon

ex vicepresidente di Veneto Banca ed ex presidente del Tribunale di Treviso


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