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Il declino di Confindustria, Il Fatto: una volta ai vertici degli industriali c'erano i big, ora pesi piuma come Boccia al nazionale e Tortoriello a Roma. E i... Vescovi a Vicenza

Di Pietro Cotròn Domenica 16 Luglio 2017 alle 13:45 | 0 commenti

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Carlo Di Foggia affronta su Il Fatto Quotidiano un tema che varrebbe la pena di approfondire anche per Confindustria Vicenza ha visto un "calo" continuo di peso imprenditoriale dei suoi vertici e oggi ha come presidente Luciano Vescovi (a dx nella foto), per carità ex vice presidente della zoniniana Banca Nuova ma la cui Impresa Vescovi Antonio Srl di Ing. Gildo Vescovi e C. ha, lo leggiamo dai dati dell'associazione stessa, un capitale sociale di euro 47.000, una classe dimensionale da 11 a 20 dipendenti e una classe di fatturato (in milioni di euro) da 2,5 a 5,0. Non è automatico che essere più grandi significhi essere più "bravi", ma è certo che essere "piccoli" denota una insufficiente capacità, manageriale e/o economica, o una non volontà di crescita.

E questo, al di là delle indubbie qualità del presidente ideali per la sua impresa, contrasta con le ambizioni di una Confidustria che vorrebbe rappresentare grandi interessi ma che per trovare un presidente della Sezione Costruttori Edili e Impianti deve appellarsi addirittura al fratello di Luciano, Antonio Vescovi (a sx nella foto). Un segno di distacco dei grandi imprenditori dalla loro associazione o il segno dei tempi di una Vicenza ridotta ormai ai minimi termini? Anche dai suoi organi rappresentativi, imprenditoriali o politici che siano

Leggiamo ora l'articolo di Carlo Di Foggia su Il Fatto Quotidiano e... riflettiamo.

 

Il declino di Confindustria: il capo del Lazio rischia di fallire
Involuzioni - una volta ai vertici degli industriali c'erano i big, ora pesi piuma come Boccia, Bonomi a Milano e Tortoriello a Roma

Chiamare quello di Confindustria declino è ormai un eufemismo. Quasi un anno fa la lobby degli industriali ha portato al timone l'imprenditore salernitano Vincenzo Boccia. In 12 mesi, il patron della Arti Grafiche - con un fatturato di circa 40 milioni, 55 volte inferiore a quello del suo predecessore Giorgio Squinzi - si è distinto per l'appoggio al referendum costituzionale straperso da Matteo Renzi e la sgangherata gestione dello scandalo Sole 24 Ore.
Un mese fa alla guida di Assolombarda, la più grande (e influente) delle associazioni territoriali di Confindustria, si è insediato il semi-sconosciuto Carlo Bonomi, presidente (ma ha solo il 5,5%) del gruppo biomedicale Synopo, 15 milioni di fatturato, 1.015 volte inferiore a quello dell'ex presidente Gianfelice Rocca, di cui è un fedelissimo. Non può stupire quindi che Confidustria Lazio, la seconda associazione territoriale, sia guidata dal patron di un'azienda sull'orlo del crac. Filippo Tortoriello è stato eletto nel settembre scorso. Sei mesi dopo, il 3 aprile, ha chiesto al tribunale il concordato preventivo "con riserva" per la sua Gala, società quotata in Borsa (1,1 miliardi di fatturato), il quarto operatore dell'energia del mercato libero.
La società è in profondo rosso: ha chiuso il 2015 con una perdita di 58 milioni e non ha presentato il bilancio 2016, motivo per cui è stata sospesa dalla Borsa. A fine 2015 il patrimonio netto (capitale più riserve) era di 39 milioni, di cui 10 di crediti fiscali. Nei primi due mesi di quest'anno le perdite ammontano già a oltre un terzo del capitale: sussistono le condizioni previste dal codice civile che impone la convocazione di un'assemblea degli azionisti per varare un aumento di capitale. Non succede niente, e viene chiesto il concordato.
PROFONDO ROSSO
La Gala lascerà molti clienti (tra cui lo Stato) senza energia elettrica per via dei debiti
La fase presuppone "impegno esclusivo e concentrazione degli sforzi difficilmente conciliabili con il ruolo di presidente di Unindustria", spiega Tortoriello. Solo che non lascia l'associazione, ma l'azienda, dando le deleghe all'ad Antonio Perfetti. Che lo congeda gelido: "Mi auguro che i crescenti impegni in Confindustria non gli impediscano di dare il supporto alla società in questa fase". Passa un mese e se ne va, seguito dal direttore Finanza, Fabio Tomassini e da quello Mercato, Antonino Giunta. E Tortoriello torna a fare l'ad. L'imprenditore potentino resiste alla guida degli industriali grazie all'appoggio di due big, Luigi Abete e Maurizio Stirpe.
Gala è un trader: acquista e vende energia, che viene "trasportata" ai clienti dai distributori che possiedono i cavi, come Enel (85% del mercato) o Acea (6%). La società non sta pagando, e così Enel, che vanta crediti per quasi 300 milioni, ha rescisso il contratto. Poi è toccato ad Hera e Iren. Prima di tutti l'avrebbe fatto Acea, la multiutility romana che serve mezzo Lazio dove Gala fornisce molte amministrazioni pubbliche. I debiti verso i distributori ammonterebbero a 4-500 milioni.
All'Acquirente unico non è rimasto che comunicare ai clienti di Gala - molti enti pubblici - di trovarsi un fornitore entro il 18 giugno oppure finiranno sul mercato di "salvaguardia", che ha costi più alti. Gala ha reagito con una pioggia di ricorsi. Senza clienti, però, rischia di non arrivare a presentare il piano concordatario (che va approvato dai creditori). Parliamo di una società con 140 dipendenti, più un altro centinaio nell'azienda rietina Solsonica. I guai della società nascono nel 2015, quando Gala vince la gara Consip per la fornitura di energia a tutte le pubbliche amministrazioni con un grande ribasso. Il problema è che il prezzo non è agganciato a quello medio negoziato alla borsa elettrica, ma all'andamento del Brent, il petrolio, le cui quotazioni crollano. La società si dissangua, perde oltre il 50% in Borsa e avvia una guerra legale con Consip. A fine anno una norma ad hoc infilata nella manovra evita il black out, ma per il passato non c'è nulla da fare. Il rialzo dei prezzi dell'energia di inizio 2017 ha fatto il resto.


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"La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme...".

Purtroppo, come molte altre volte succede in questo Bel Paese mal gestito, avviene il contrario.
La vicenda delle banche venete è purtroppo nota e non stanno nemmeno più in piedi gli alibi che vogliono colpevolizzare i soci ("se la sono cercata loro perché sapevano che era rischioso ... volevano fare gli squali e adesso piangono miseria ...") perché è stato dimostrato che non è così; il prezzo delle azioni è stato taroccato ed è una truffa bella e buona che le banche hanno fatto ai loro sottoscrittori.
Raggirati da funzionari bancari senza coscienza pilotati a loro volta dai direttori senza scrupoli, che sapevano benissimo di vendere azioni fuffa ... ma l'importante è vendere e far carriera (no?).
E via col valzer delle scuse del tipo "siamo una banca solida ... non abbiamo problemi etc".
Mentre si tentava di coprire la voragine bancaria con un fazzolettino di carta, Consob e Banca d'Italia si giravano dall'altra parte per non vedere.
Il finale vede trionfare le banche che hanno fatto lo "sforzo" di avere solo la parte sana.
Come se non bastasse, i funzionari "lupi" delle due banche si sono travestiti da "agnelloni" di Intesa San Paolo, e probabilmente continueranno a perdere il pelo ma non il vizio.
Tutto apposto dunque. No?
Direi che alla luce di questo non faccio fatica a credere alla lettrice quando dice "credere nella Giustizia è diventato molto, molto difficile, quasi impossibile". E' e rimane impossibile, cara Flavia.
Molto probabilmente in un altro Paese più civile la cosa avrebbe preso una piega diversa, a favore dei risparmiatori (penso ad es. alle class action, che da noi sono solo di facciata).

Credo purtroppo, cara Flavia, che la lettera inviata ai politici cada nel nulla.
Per il semplice motivo che se qualcuno avesse voluto davvero fare qualcosa PRIMA, l'avrebbe fatto.
Ora è troppo tardi. Ed è persino patetico che i politici si proclamino adesso paladini dei risparmiatori, a babbo morto.

Mi spiace infonderle amarezza Flavia, ma mi dica forse se non ne ho motivo.

Con augurio di poter essere smentito.
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