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La verità di Consoli sul Gazzettino: «Una tempesta perfetta ha affondato Veneto Banca»

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) Domenica 4 Giugno 2017 alle 10:00 | 0 commenti

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Ospitiamo oggi su VicenzaPiu.com, dopo la prima parte, anche la seconda e ultima dell'intervista esclusiva a Vincenzo Consoli su Il Gazzettino a firma di Maurizio Crema e dell'ex direttore del GdV, Ario Gervasutti , che abbiamo incontrato a Mestre giorni fa per avere un costante dialogo con colleghi come lui, Giorgio Meletti, Stefano Righi... per capire, verificare e raccontare senza schemi precostituiti e, soprattutto, senza interessi da difendere se non quelli dei lettori. Ecco oggi, quindi, la parte finale dell'intervista a Consoli «della cui "vicenda" per la gestione della "cattiva" Veneto Banca abbiamo parlato soprattutto quando era in connessione con la "buona", anzi "ottima", Banca Popolare di Vicenza e su cui ci piace riportare il racconto che ne fanno anche i colleghi del Gazzettino, per confrontarla con la nostra e per informare i nostri lettori anche a costo di prenderci più di un rischio...» scrivevamo ieri e ribadiamo oggi. A seguire l'intervista.

Il direttore

 

La verità di Consoli: «Una tempesta perfetta ha affondato la banca»

di Ario Gervasutti e Maurizio Crema, da Il Gazzettino

Vincenzo Consoli parla. Dopo due anni di silenzio e il crollo di Veneto Banca, che lui ha guidato per vent'anni. E in questa seconda parte dell'intervista al Gazzettino, affronta anche il tema delle azioni baciate, quelle fatte acquistare ai soci prestando loro soldi della stessa banca.

È emerso che le baciate erano una prassi. Secondo lei era lecita, accettata, tollerata?
«Vi garantisco che in Veneto Banca non c'è mai stata nessuna prassi! C'è comunque un prima e un dopo 2014, quando cambiano le norme. Il mondo delle popolari ha sempre avuto affidamenti a fronte delle proprie azioni. Da sempre. Alcuni statuti di banche popolari addirittura stabilivano che gli affidamenti andavano concessi prima ai soci e solo dopo, se restava qualcosa, ai clienti non-soci. Tenete anche conto che le presunte operazioni baciate evidenziate dalla Bce nell'ispezione del 2016 secondo nuovi e più stringenti criteri entrati in vigore nel 2014 sono di circa 250 milioni e si riferiscono ad un manipolo di operazioni relative a più anni. Come si fa a parlare di prassi? Ci si dimentica anche che Veneto Banca era una cooperativa e nelle cooperative i soci prendono e danno».

Allora perché quando è iniziata la crisi alcuni sono riusciti a vendere e altri no?
«Fino a tutto luglio 2013, come vi ho detto, non c'erano problemi. Questi iniziano alla fine della seconda ispezione, quando iniziano a circolare voci di chissà quali problemi patrimoniali, che come ho spiegato e come ha certificato Bankitalia erano in realtà contenuti. È iniziata la crisi di fiducia e di credibilità della banca».
Ma c'è comunque chi ne ha beneficiato.
«Non sono stati fatti favori ad amici. Si dovrebbe dedurre anche solo dal fatto che mia sorella, i miei figli, mia moglie ed io abbiamo perso i nostri risparmi».
Ma le baciate...
«Non voglio e non posso ora entrare nei dettagli. Mi limito a ripetere che secondo la Bce si tratterebbe di circa 250 milioni ed un esiguo numero di operazioni, in base a nuove e più stringenti regole. È scritto».
E bastano solo - si fa per dire - a occhio e croce 300/400 milioni di bilancio contestato per far crollare così una banca con 27 miliardi di impieghi e di oltre 3 miliardi di capitale? Non crede che se così fosse, un territorio come il Veneto avrebbe dovuto e potuto coprire il buco ed evitare tutto ciò che è accaduto?
«Vi ripeto i numeri relativi alle contestazioni patrimoniali dell'ispezione di Bankitalia nel novembre 2013: 157 milioni di presunto capitale finanziato e 231 milioni di accantonamenti sui crediti. Ma guardate che nel 2014 Veneto Banca ha fatto un aumento di 475 milioni e ha convertito 350 milioni di prestito obbligazionario. Poi però sono cambiate le regole della vigilanza, inasprite notevolmente: nel gennaio 2015 c'è il decreto di riforma delle popolari e nel febbraio il blitz della Finanza che per la sua particolare evidenza ha diffuso sfiducia, se non addirittura panico fra i soci e clienti».
E lei che cosa ha fatto?
«Nel luglio 2015 me ne sono andato, e da quel momento in poi non posso sapere che cosa è successo se non che si è solo continuato a urlare sull'aereo, sugli sprechi, sugli amici degli amici, sulle ruberie eccetera. Il patrimonio di una banca è importante, ma le banche muoiono prima di tutto di liquidità e di rischio reputazionale. Ricordatevi che credito e credibilità hanno la stessa radice».
Lei disegna uno scenario che richiama un metodo basato sulla distruzione della reputazione. Ma se fosse stato applicato a una banca sana e ricca avrebbe avuto lo stesso effetto?
«Senza alcun dubbio, sarebbe crollata».
Allora qual è la causa di ciò che è successo?
«La tempesta perfetta. Determinata da una serie di coincidenze temporali: la crisi devastante che ha avuto una durata non prevedibile, oltre ogni aspettativa; poi l'ispezione della Finanza con il suo carico mediatico; poi l'introduzione della norma sul bail-in; poi la trasformazione delle popolari in Spa improvvidamente repentina che ha gravato particolarmente sulle non quotate ovvero sulle due popolari venete. E poi c'è un capitolo a parte».
Perché a parte? È più rilevante?
«Sì, è determinante: l'avvento della vigilanza europea con il carico di regole nuove che ad essa si sono accompagnate. Improvvisamente nessuna politica di bilancio appare più abbastanza prudente. Gli accantonamenti sugli immobili non sono mai sufficienti, così le banche non finanziano più l'acquisto degli immobili e quindi questi si deprezzano ulteriormente e di conseguenza le banche perdono ancora di più nell'attività di finanziamento degli immobili. Una spirale viziosa che trova riscontro nei bilanci di quasi tutte le banche, e sottolineo quasi tutte, che ogni 6 mesi rivedono in aumento gli accantonamenti sui crediti. Inoltre Bce a quel punto richiede coefficienti patrimoniali più elevati e quindi aumenti di capitale. Per Veneto Banca con gli aumenti richiede anche la quotazione in Borsa in un momento di depressione degli indici borsistici delle banche. Per di più fra le varie Autorità non c'è raccordo, e le decisioni vengono prese con tempi che non si conciliano con i tempi delle banche e del mercato».
Ma le regole Bce sono state imposte a tutti.
«Sì: ma oltre agli eventi che ho descritto, nessuna ha subìto una crisi reputazionale basata sul costante attacco alla passata gestione da parte della nuova amministrazione e non solo, almeno a partire dal settembre 2015 e culminato con le pesanti e scellerate affermazioni in occasione dell'aumento di capitale da un miliardo: la banca è alla canna del gas, la banca è un malato terminale. Risultato: la banca è andata in affanno. Era un risultato ovvio e prevedibile, ed è sorprendente e singolare che chi se ne è occupato non l'abbia visto arrivare. O non abbia voluto vederlo».
Sta dicendo che ci sono stati due pesi e due misure per Veneto Banca e per le altre?
«Quello che è successo per tutti gli altri beni non è stato accettato per le azioni delle banche popolari non quotate: il rallentamento della negoziabilità, dei tempi di vendita. Faccio un esempio: se uno ha una casa acquistata qualche anno fa a 100 euro, oggi non la vende certo a quel prezzo. Ma quando parla del suo patrimonio, sa di avere in tasca un potenziale di 100. Se però è costretto a venderla in tempi ristretti, come è avvenuto per le popolari, è ovvio che il valore crolla molto lontano da 100».
E la sua gestione non ha nessun ruolo in tutto questo? Le sembra credibile?
«Come vi dicevo abbiamo certamente sbagliato la valutazione sulla durata della crisi; non abbiamo avuto la visione d'insieme. Come tutti, peraltro. Tant'è che le iniziative che alcune istituzioni hanno preso sono state drastiche, ottuse, non hanno tenuto minimamente conto della reale situazione conseguente alla devastante crisi economica. Guardate cosa sta succedendo in queste settimane con Bruxelles. Per questo dico che ora la gente ha gli elementi per capire cosa è realmente successo».
Ma dal punto di vista operativo le contestazioni della Finanza e della procura di Roma non si limitano alla mancanza di visione: emerge un disegno in cui la sua gestione ha ruoli e responsabilità dirette.
«Indicatemi una sola ragione plausibile per cui io, alla vigilia dei settant'anni e già tecnicamente in pensione dopo vent'anni ai vertici di una banca considerata tra le migliori in Italia, avrei dovuto tutto d'un colpo diventare una sorta di malvagio da fumetto mettendo l'istituto in ginocchio, giocando con i risparmi delle persone per vedere volatilizzare la mia reputazione, i risparmi di una vita oltre alla tranquillità mia e dei miei cari. Una sola ragione! È evidente che la storia che ci stanno raccontando non regge. Ma come si dice: ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità».
Lei sostiene di non essersi arricchito guidando Veneto Banca per vent'anni?
«Io posseggo, o meglio possedevo visti i sequestri, semplicemente il frutto di 45 anni di lavoro mio e di 25 anni di lavoro di mia moglie. E tutto quello che ho è alla luce del sole, in Italia. Mai avuto nessun conto all'estero. Tuttavia ogni settimana, da due anni, si legge dei miei possedimenti, dei quadri, della villa in cui abito, e tutto viene presentato in una luce losca e colpevole, come se fosse un demerito l'aver creato ricchezza e benessere per migliaia di persone in vent'anni di lavoro. Sono stati costruiti addirittura falsi dossier su presunte società all'estero, e calunnie di ogni genere oltre ad interpretazioni volutamente distorte su singoli fatti sfruttate mediaticamente per alimentare una campagna contraria».
Non pensa che il suo stipendio fosse esagerato?
«Ho avuto uno stipendio alto, ma in linea con quelli degli altri dirigenti bancari. Non mi pare comunque che gli stipendi degli attuali manager siano scesi nonostante le condizioni della banca oltretutto siano ben diverse dal passato. E mai una volta sono stato accusato dalla magistratura di essermi appropriato indebitamente di un solo centesimo. Mai. Vi ricordo che sono indagato per ostacolo alla Vigilanza e per aggiotaggio, non per altro. Si sta cercando di dare tridimensionalità a un orco a cui addossare tutte le colpe di quanto sta succedendo, e viene comodo che abbia la mia faccia».
Le popolari sono accusate di aver continuato a fare credito eccessivo. Lo rifarebbe?
«Ma quale credito eccessivo, quale credito facile! Veneto Banca negli ultimi anni della mia gestione non è cresciuta per crediti concessi, ma prevalentemente per linee esterne cioè per i crediti entrati con le acquisizioni di altre banche. Non condivido assolutamente, perché non rispondente alla realtà, la leggenda di un credito elargito facilmente».
Non era forse questa, in altre parole, la peculiarità della banca di territorio?
«Parlare oggi di banca del territorio è desueto e sicuramente pericoloso, ma quello che abbiamo fatto per vent'anni è stato, permettetemi di dirlo, non solo ineccepibile ma grandioso. Sono migliaia le persone e gli imprenditori che confermerebbero il ruolo essenziale che Veneto Banca ha avuto per loro e per le loro attività, se solo la si smettesse di svendere la troppo facile verità della banca portata alla rovina da un nugolo di malfattori. E poi guardate dove ci sta portando questa nuova ondata di iper burocratizzazione e regole: l'economia langue, le aziende soffrono e le uniche degne di nota e di aiuti, spesso forzando le regole del gioco, sono le grandi aziende, mentre le piccole e medie vengono ignorate come parte di un sistema desueto e abbandonate al loro destino. Stiamo in fondo assistendo alla negazione del modello economico italiano, e ce la stanno facendo bere».
Ma non tutto il sistema bancario italiano è così.
«Davvero credete a questa favola? Possibile che nessuno si fermi a cercare di capire come mai la gran parte delle banche italiane, ripeto la gran parte, sia in crisi? Tanto per dirne una, l'intero sistema bancario italiano è appesantito da oltre 300 miliardi di euro di crediti deteriorati ed ha fatto negli anni più recenti aumenti di capitale per cifre da capogiro. Mica solo le due venete».
Anche Bankitalia dice che in alcuni casi non è stata fatta un'adeguata analisi delle garanzie immobiliari, ad esempio il famoso fido a Verdini.
«Verdini aveva la garanzia di uno degli uomini più ricchi d'Italia, il quale subito dopo la concessione da Veneto Banca si è comprato il credito. Mai fatto credito agli amici degli amici».
A proposito di acquisizioni: avete fatto male ad acquisire Intra, banca Apulia e Fabriano?
«Intra si è rivelata un affare peggiore del previsto; ma consideriamo che si parla del 2007 ed all'acquisizione concorsero altre sette banche. Fabriano idem, nonostante fossero banche vivisezionate dalla vigilanza di Banca d'Italia. E comunque non abbiamo buttato via soldi dei soci, non c'è stata uscita di risorse dirette. A parte Intra, abbiamo fatto concambi: carta contro carta, azioni contro azioni. I problemi maggiori sono venuti dal credito di Bim, da cassa di Fabriano e da Intra».
È stato un errore anche l'acquisizione delle banche nei paesi dell'Est?
«No. Innanzitutto c'è da tenere conto che l'investimento sostenuto all'epoca è stato di dimensioni ridotte. Poi è evidente che la crisi non è stato un problema nostrano, ma diffuso ed ha colpito anche questi paesi. Nonostante tutto io sono ancora convinto che strategicamente si tratta di realtà importanti, con potenziali di crescita straordinari».
Lei ha incontrato i vertici di Etruria e l'allora ministro Boschi. Perché? Lo giudica opportuno o lecito da parte della Boschi?
«Se i magistrati o una commissione d'inchiesta mi formuleranno questa domanda, risponderò volentieri a loro».
Sempre con il senno di poi, c'è qualcosa di cui è accusato e che non rifarebbe? L'acquisto dell'aereo, dei quadri...
«Sono fatti talmente marginali dal punto di vista economico che non ha nemmeno senso parlarne: sono solo serviti ad alimentare un tragicomico gossip funzionale alla demolizione reputazionale della banca, oltre che mia. Vanno bene per alimentare la distorsione della realtà nell'immaginario collettivo. La banca aveva più di 50 miliardi di raccolta tra diretta e indiretta e un patrimonio di 3 miliardi: e stiamo parlando di cosa? Di un aereo che vale 7-8 milioni? E lo dico a prescindere dalla sua utilità».
Si aspetta di andare a processo?
«Staremo a vedere. Lasciatemi dire però che il processo a Veneto Banca è in realtà il processo alla banca di territorio. La crisi di decine di banche medio piccole in Italia, mai vista prima per ottant'anni, ne è la riprova. Ho sempre creduto che una banca è ricca se è ricco il territorio in cui opera e che la banca è parte viva nel generare la ricchezza del territorio; la storia delle banche è piena di esempi positivi. Non abbiamo capito per tempo che ora la compliance, il risk management, l'audit sono le funzioni che nel nuovo mondo governano le banche: non ci sono più persone ma procedure, computer e ratios. La storia dirà quanto più sicuro e virtuoso sarà un mondo simile».
Lei non ci crede?
«Quando penso a come è stato erogato il credito in Veneto Banca, a quante imprese oggi esistono perché Veneto Banca ha creduto negli imprenditori che le hanno create e quante imprese esistono ancora ed hanno superato crisi difficili perché Veneto Banca le ha sostenute, mi creda, sono sereno. E sarò felice di rispondere in qualsiasi Tribunale».
Ma dove sono finiti i miliardi raccolti da Veneto Banca? In quali tasche?
«Di sicuro quei 50 miliardi non sono svaniti. La ricchezza di questo territorio è rimasta: gli è stato solo sottratto il controllo».
E questa è una conseguenza di ciò che è accaduto o fin dall'inizio era l'obbiettivo?
«Su questo, no comment».
(2/Fine)


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