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Tra costi "addio" Cattolica e NPL svanisce un altro miliardo della BPVi. Si avvicina un altro aumento di capitale: se Atlante lo riservasse ai vecchi soci rispunterebbe un po' di fiducia?

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) Venerdi 5 Agosto 2016 alle 20:09 | 1 commenti

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È finita, male per la Banca Popolare di Vicenza, la  storia della liason con la Cattolica Assicurazioni, un accordo definito all'epoca della sua stipula storico da Gianni Zonin ma che ora ha dato modo a Cattolica di esercitare un suo diritto contrattuale di "recesso" dopo essersi scottata con i 47 milioni di minusvalenze nelle banche sue partecipate (BPVi, Veneto Banca e San Miniato) che hanno appesantito la sua semestrale. 

E allora la cooperativa di assicurazioni, adducendo prprio come motivo di rescissione la trasformazione in spa della ex cooperativa bancaria vicentina, ha comunicato ieri che entro 60 giorni lavorativi dopo i sei mesi previsti per completare la fine della partnership potrà vendere, con l'obbligo di BPVi di comprarle, le partecipazioni del 60% in Berica Vita, Cattolica Life e Abc Assicura con un esborso stimato dalla BPVi, in base ai dati al 31 dicembre 2015, in circa 170 milioni di euro.

Ma non finisce qui la brutta notizia arrivata in Via Btg Framarin.

Se, infatti, non ci saranno acquirenti alternativi, difficili, a dir poco, da trovare in questo momento, oltre al più che  possibile esborso di 170 milioni per l'acquisto delle quote, BPVi dovrà anche svalutare pesantemente la sua quota in Cattolica, in carico a 15 euro per azione, se non salirà il valore di Borsa attuale di circa 6 euro. Se il 15% del capitale della compagnia rimasto in mano a Mion & c. è contabilizzato ora a 394,7 milioni, il suo valore di mercato è di 157,88 milioni con una minusvalenza di 236 milioni, che portano a oltre 400 miloni le perdite legate all'addio di Cattolica.

Questa cifra sommata oggi ai circa 500 milioni di svalutazione di 5 miliardi almeno di sofferenze contabilizzate a poco più del 40% del loro nominale a fronte di un valore di mercato del 20% che verrebbe, però, addolcito dal Fondo Atlante proprietario della BPVi o da chi per esso (Atlante potrebbe essere in conflitto palese di interessi se l'operazione la facesse direttamente) dovesse acquistarle al 30% come "promesso" da Alessandro Penati, il dominus di Quaestio, la Sgr che ha messo in piedi il fondo salva banche venete. Dei circa 2 miliardi e passa oggi contabilizzati di "possibile" recupero dei 5 miliardi a rischio la Popolare vicentina incasserebbe, quindi, dalla loro indispensabile cessione circa un miliardo e mezzo, più del miliardo di mercato ma mezzo miliardo in meno del valore a bilancio...

Tra l'addio della Cattolica che, a parte altri danni "operativi" nel settore commerciale legato alle assicurazioni prima di casa, peserà per 400 milioni e i più di 500 milioni di svalutazione di parte degli NPL ecco che alla BPVi potrebbero (e il condizionale è puramente ottimistico) mancare all'appello poco meno di un altro miliardo di euro e questo in attesa di sapere se i tavoli di conciliazione con i soci "traditi" costeranno di più o meno del previsto .

Chi metterà quel miliardo?

È difficile ipotizzare a breve un recupero di reditività della banca, vista anche la sua lentezza nel decidere almeno i tagli, praticamente e simbolicamente indilazionalbili, delle mega retribuzioni dei Cda delle controllate i cui membri, di vecchia scelta zoniniana (uno per tutti Marino Breganze, ancora presidente di Banca Nuova), per giunta staranno facendo anche riflettere il Procuratore capo di Vicenza, Antonino Cappelleri, sul possibile inquinamento delle prove ancora realizzabile e che ha portato la Procura di Roma ad adottare provvedimenti restrittivi per Vincenzo Consoli, il dominus di Veneto Banca così come Gianni Zonin è stato di sicuro quello della BPVi?

Mancando soldi recuperabili a breve da utili, che arriveranno solo dopo pesanti e dolorose ristrutturazioni, che andrebbero anticipate, prima di chiedere sacrifici alla massa di "normali" dipendenti, da consistenti riduzioni di sprechi in alcuni settori, come quello della "triplice comunicazione", tra l'altro fautrice della "comunicazione unica", di cui abbiamo parlato e su cui torneremo a breve con dovizia di informazioni, sulla carta il miliardo dovrà, insomma, metterlo Atlante se non vorrà dire subito addio al suo invesimento di 1,5 miliardi già effettuato.

Oppure...

Oppure il management attuale, con la benedizione del fondo, potrebbe provare a proporre l'aumento o una sua quota consistente ai vecchi soci o, almeno, a chi di loro, non già ridotto all'indigenza, potrà prenderlo in considerazione, se le condizioni di sottoscrizione li garantiranno anche economicamente e se, grazie a meccanismi di warrant e opzioni a loro riservate e ispirati non solo al business ma anche a un minimo di equità, quella disapplicata dal Cda capeggiato da Zonin, i vecchi azionisi potranno riconquistare un peso reale e ben diverso dallo "zerovirgola" attuale.

Gianni Mion, Salvatore Bragantini e Francesco Iorio lo proporranno alla proprietà attuale? Il fondo  Atlante lo vorrà? E, soprattutto, i vecchi soci si fideranno nel sottoscriverlo?

Difficile saperlo oggi quando l'unica certezza è che, intanto, servirà a breve un altro miliardo almeno se non si vorrà rendere vano quanto già fatto.

Questo se abbiamo ben capito noi, poveri mortali (lo siamo ma non ci sperino loro...) autori di "Vicenza. la città sbancata", che con la sua raccolta di articoli scritti fin dal 13 agosto 2010 dimostra che ci avevamo azzeccato, purtroppo, nel vedere e descrivere responsabilmente un flop annunciato della banca, che altri non hanno saputo o voluto vedere e raccontare ai lettori/investitori.

Assumendosene le gravissime reponsabilità.


Commenti

Inviato Sabato 6 Agosto 2016 alle 13:14

Folgorati sulla via per Damasco?
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