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Tre tipologie di crisi banche, parte II: oltre che per Etruria e MPS anche per BPVi e Veneto Banca le soluzioni attuali mettono a rischio tutto un sistema già debole di suo

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) Martedi 16 Agosto 2016 alle 00:42 | 0 commenti

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Dopo che per Veneto Banca la Procura di Roma ha accelerato i suoi passi con i domiciliari per Vincenzo Consoli, il sequestro dei suoi beni e l'iscrizione nel registro degli indagati di altri 14 presunti corresponsabili della sua mala gestio (inclusi i sindaci della banca) tocca alla magistratura di Vicenza cercare, documentare e punire le indubbie e pesanti responsabilità di chi (i cosiddetti "banchieri" e i politici loro sponsor e/o da loro sponsorizzati) ha gestito la Banca Popolare di Vicenza, che con Veneto Banca è una delle tre tipologie di banche in crisi (le altre due sono quella del "gruppo" Etruria, Marche, Ferrara e Chieti e quella del più grande ma singolo MPS).

Il «forte impegno - scrivevamo ieri - del pool designato da Antonino Cappelleri va stimolato e supportato di più sia dai soci traditi dalla BPVi... che dalla stampa locale, quella indipendente, ovviamente, dopo che quella schierata ha fatto solo disinformazione nel caso migliore o si è mostrata "collaborazionista" con chi ha causato perdite agli azionisti per circa 11 miliardi complessivi e danni indotti al territorio che la Repubblica tempo fa ha valutato in 40 miliardi».
Ciò premesso ieri abbiamo approfittato dell'andamento "slow" delle news del periodo ferragostano per iniziare a fare «qualche riflessione sulle diverse evoluzioni delle tre tipologie di crisi bancarie che hanno "colpito" finora l'Italia». Per «le 4 banche "risolte" (Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti) hanno pagato, salvo i recuperi promessi, gli azionisti in toto e gli obbligazionisti in parte..., per le due ex Popolari venete il disastro si è abbattuto "solo", si fa per dire visto che sono 210.000 circa, sugli azionisti (oltre che sugli ultimi obbligazionisti BPVi, quelli che hanno sottoscritto obbligazioni convertende e subito convertite)...» mentre «per l'ultimo caso... quello del Monte dei Paschi di Siena... si sta provvedendo ad un salvataggio composito: un aumento di capitale in Borsa e l'intervento per gli NPL (i crediti a rischio) di Atlante 2 (ne acquisterà la parte che si trasformerà in obbligazioni "mezzanine", quelle a rischio intermedio), del mercato per le senior, garantite dallo Stato, e dei soci stessi che si vedranno assegnare gratuitamente la quota di obbligazioni junior, quelle legate ai rischi più forti di insolvenza ma la cui parte di recupero andrà a totale loro vantaggio attenuandone le perdite in Borsa».
Ciò detto concludevamo la prima parte delle nostre riflessioni scrivendo che ci sembrava chiaro che «il sistema dà poco ai piccoli, un po' di più agli intermedi e illude i più grandi di ricevere un trattamento di favore. Ma... ma tutto questo avrà un costo se l'economia non si metterà all'improvviso a correre. E il costo chi lo pagherà e su chi si riverserà? Alla prossima puntata le nostre ipotesi di studio».

Eccole non dimenticando, però, che oltre alle tre tipologie delle crisi bancarie in atto esiste anche un quarto caso, quello delle banche più grandi, che hanno superato con diversi livelli di apprensione gli ultimi stress test (quelli dell'EBA europea) ma alcune delle quali (ad esempio Unicredit) dovranno si dovranno rivolgere, sia pure con qualche difficoltà, al mercato per aumenti di capitale e altre, oltre a questo passaggio, dovranno fondersi (ad esempio Banco Popolare e BPM). Mettendo da parte, ma in un cassetto a futura memoria e per future considerazioni, il "quarto caso", che spetterà al "mercato" risolvere (Dio salvi il re... sistema), è innegabile che per le 4 banche risolte c'è stata nei fatti un'azione di accelerazione della crisi da parte di Banca d'Italia che, valutando gli NPL di Banca Etruria, Cassa Marche, CariFe e CariChieti al 17% circa del loro importo lordo, sotto al valore di mercato speculativo del 20% e più che dimezzato rispetto alle percentuali di poco superiori al 40% con cui erano ottimisticamente contabilizzati nei bilanci, ha evidenziato perdite e buchi che hanno portato alla loro "risoluzione" (sinonimo addolcito di fallimento) giustificata con la necessità di salvare almeno i correntisti al di sopra dei 100.000 euro di depositi dopo l'entrata in vigore delle norme sul bail.

Le 4 banche sono state, quindi, di fatto fatte fallire azzerando le azioni e le obbligazioni dei sottoscrittori, la loro parte "malata" è stata immessa in una bad bank, quella "buona" è stata fatta confluire in 4 banche "pulite" da vendere per "rendere" i soldi alle banche che hanno prestato 1,8 miliardi necessari per la sopravvivenza delle nuove banche.

Le difficoltà enormi nel vendere le 4 banche, sia pure senza i loro problemi storici, come dimostra l'articolo riportato a seguire* di Marco Palombi de Il Fatto Quotidiano, fanno poco sperare anche su possibili future vendite "remunerative" delle due ex Popolari Venete o di suoi tronconi.

Il rosso tra il finanziamento di partenza e un possibile recupero di solo 400 milioni per le 4 good bank peserà soprattutto su Intesa, Unicredit ma anche sulle 200 e passa banche italiane che hanno finanziato in diversa misura ma per 1,8 miliardi totali la cosiddetta "Autorità di risoluzione", tutte banche che già oggi hanno, come detto e in gran parte, non semplici problemi da risolvere.

Ma ai 1.400 milioni di buco per le 4 banche, a carico soprattutto di Intesa e Unicredit, se ne aggiungeranno altri se i 2,5 miliardi investiti da Atlante 1 (in cui c'è anche la CDP) in BPVi e Veneto Banca non rientreranno, sia pure non a breve ma a medio termine, stando allo statuto del fondo di Quaestio Sgr. Ma fra la situazione attuale, per la quale serviranno altri capitali per le nuove perdite che evidenzieranno le due ex Popolari Venete (ne abbiamo scritto varie volte e il 9 agosto Il Sole 24 Ore concordava col nostro umile parere), e il possibile "realizzo" della cessione delle due banche o di loro spezzoni (o, peggio, delle due anche fuse, opzione ad oggi poco realistica proprio per la diluizione del valore complessivo dei due istituti) nel quadro attuale è facile immaginare un altro buco che potrebbe essere amplificato se i "rimborsi" da riconoscere ai soci traditi (oggi su 210.000 azionisti molti dei quali con danni subiti sono solo 6.000 quelli che si sono fatti "vivi") saranno maggiori di quelli preventivati nei bilanci 2015 .

Per sanare il buco finale e reale sarà complesso far bastare il bilancino delicato dell'acquisto degli NPL. Se vengono comprati cari (diciamo per semplicità al 30% del valore lordo a fronte del 40% circa a libro) diminuiranno le perdite di bilancio e le conseguenti necessità di ricapitalizzazione a carico di chi ha già sottoscritto visto che sarà arduo trovare nuovi investitori (ammesso che abbiano ancora soldi da investire sarà difficile recuperare la fiducia dei vecchi soci già buggerati anche se Gianni Mion per la Popoalr di Vicenza e Beniamino Anselmi per quella di Montebelluna già provano a fare le sirene nei loro confronti con le azioni promesse a 10 centesimi).

Ma in questo caso non sarà possibile realizzare utili consistenti col recupero di quei crediti a rischio e, quindi, i soldi che non dovrebbero più uscire dalle casse di Atlante 1 o di suoi "surrogati" per ricapitalizzare le due ex Popolari venete non entreranno neanche in quelle stesse casse per profitti conseguenti minori. Il contrario avverrebbe se gli NPL venissero acquistati a prezzi di mercato, intorno al 20% del lordo, con maggiori perdite da ripianare delle due banche ma con possibilità di fare maggiori utili col recupero dei crediti difficili.
Fare un'analisi più completa richiederebbe di prendere in considerazione tanti altri dati e scenari più completi e complessi ma ci premeva ora far capire ai meno esperti (quelli su cui si è abbattuto il ciclone dei due flop veneti) il meccanismo della doppia partita incrociata tra necessità di capitali freschi e recupero dei crediti con nello sfondo i "danni" da pagare ai soci e altre cifre derivanti dai famosi "crediti baciati" e da partite straordinarie come quella per la questione Cattolica Assicurazioni che potrebbe appesantire i conti BPVI di altri 400 milioni di euro.

In sostanza la possibilità di rimettere in moto le nostre due ex banche dipenderà in gran parte dagli NPL. Se saranno remunerativi, cioè se si recupereranno molti crediti (questo dipenderà dal valore monetizzabile delle garanzie a sostegno dei crediti ricevuti, dalla capacità del debitore di pagare anche se in parte il suo debito e dall'andamento dell'economia che rendesse questo possibile senza "uccidere" i debitori, privati o aziende che siano) il Fondo Atlante 1, con Intesa, Unicredit e Cassa Depositi e Prestiti fra i suoi finanziatori più impegnati, avrà il tempo di cercare soluzioni, comunque non facili e non a breve termine.

Se il "mercato" degli NPL non dovesse funzionare (non dimenticando che la partita più grossa che si sta giocando in contemporanea è quella del mega salvataggio di MPS col cugino di Atlante 1, quello n. 2, che poi fa capo alle solite grosse banche) il costo da pagare (questa la risposta alla domanda finale della parte I di queste considerazioni) sarebbe enorme e coinvolgerebbe a  catena tutto il sistema bancario italiano.
Ad oggi a voler essere realistici concluderemmo, momentaneamente, con due affermazioni:
1 - sono irrealistiche (a voler usare un eufemismo) e controproducenti le affermazioni di Mario Monti, prima, e Piercarlo Padoan, oggi, che il nostro sistema bancario è solido
2 - ricapitalizzazioni e gestioni degli NPL finanziate con soldi di giro e giochi contabili (le banche più grosse, anch'esse in difficoltà, finanziano, aumentando i propri rischi, quelle più piccole per evitare l'espandersi dell'infezione da mancanza di redditività e di moneta vere) sono solo il modo per rinviare un problema che in questo modo potrebbe solo gonfiarsi e diventare irreversibile.
La nostra idea di soluzione?
L'abbiamo sviluppata in passato da piccoli imprenditori in settori a basso reddito: senza soldi freschi e veri non si va da nessuna parte. E oggi, regole europee a parte, se non li mette lo Stato, quei soldi, che non possono arrivare dalla gestione economica, non ci sono.


*Si rischia il buco: stop alla vendita di Etruria & C.
Offerte troppo basse, ma bloccate per motivi formali c'è tempo fino al 30 settembre poi gli istituti muoiono

di Marco Palombi, da Il Fatto Quotidiano

Vi ricordate le quattro banche salvate per decreto il 22 novembre con contestuale tosatura di azionisti e obbligazionisti subordinati? Ecco, quei quattro istituti - Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti - non sono ancora proprio salvi: il programma prevedeva che, risanati dai crediti inesigibili (le sofferenze, passate a una bad bank), le "Nuove" banche fossero vendute entro il 30 aprile. Troppa fretta, si disse, e dopo una lunga trattativa con l'Unione europea arrivò la proroga al 30 settembre. Bene, è di queste ore - anticipata dal Sole 24 Ore e non smentita - la notizia che le tre offerte selezionate per le quattro good bank sono state respinte. Motivi formali, ("legati ad alcune condizioni poste dai potenziali acquirenti", scrive il quotidiano), ma soprattutto al quantum: 400 milioni, secondo indiscrezioni raccolte dal Fatto Quotidiano, a fronte degli 1,8 miliardi di euro con cui gli istituti sono stati ricapitalizzati dalla cosiddetta "Autorità di risoluzione", che poi nasconde il Fondo interbancario, cioè i contributi per la stabilità del sistema che le 200 e dispari banche italiane hanno versato per l'operazione Etruria & C. Nota bene: entro l'anno va restituito il prestito da 1,4 miliardi garantito per il funzionamento delle new bank da Intesa, Unicredit e Ubi.
I problemi sono due. Il primo è la perdita - che alcuni istituti stanno già scontando a bilancio - per l'intero sistema della banche italiane: 1,4 miliardi se il prezzo di vendita delle quattro "salvate" sarà di 400 milioni (ammesso che non arrivino perdite dalla gestione delle sofferenze nella bad bank, creditrice delle 4 banche per 1,9 miliardi e priva di qualunque garanzia).
Il secondo è la "data di scadenza" delle Nuove Marche, Etruria, Carife e CariChieti: inizialmente la Commissione Ue - che giudica l'autorità di risoluzione alla stregua di un intervento pubblico e dunque straordinario e a termine - aveva imposto il 30 aprile, poi divenuto il 30 settembre dopo una complessa trattativa.

Cosa succede dopo quella data? Lo spiega la lettera con cui Bruxelles autorizzò il salvataggio: "La nuova banca interromperà immediatamente ogni attività diversa dal recupero dei crediti in essere a quella data, non svilupperà nessuna nuova attività o business, non entrerà in nuovi mercati e non acquisirà nuovi clienti". La morte.
I tempi, insomma, sono stretti e la faccenda complessa: rifiutate le tre offerte, ora si riparte con una sorta di procedura negoziata a cui saranno invitati tutti i soggetti (compresi i fondi Apollo e Lone star e il gruppo riassicurativo Barents, i "bocciati") che avevano manifestato qualche forma di interesse per le new banks, tutte insieme o anche a pezzi. Fabio Faltoni, del sindacato Fabi di Arezzo, chiede ora per Etruria & C. la stessa attenzione riservata a Mps: "Qui sono in ballo posti di lavoro, vite vere di centinaia, migliaia di lavoratori e delle loro famiglie; qui è in ballo l'economia dei territori. Noi siamo ‘aperti per ferie', che nessuno giochi a dadi sulla nostra testa".


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